Ero davvero impaziente di sentire Francesco Cafiso, questo giovane ventenne sassofonista celebrato come il miglior talento italiano del jazz e già parte dei 100 più influenti jazzisti del mondo.
Tanto è cresciuta la sua bravura che Marsalis lo ha invitato a suonare nella sua orchestra all’Eisenhower Theatre del Lincoln Centre di Washington per l’insediamento del nuovo presedente eletto Obama.
Francesco è della classe 1989. E a vent’anni si ritrova ad essere uno degli ambasciatori della musica jazz italiana nel mondo.
Oltre due ore di concerto, con una line up eccezionale: Dino Rubino al pianoforte, Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria. Ha prersentato in un susseguirsi di cavalcate e delicati sussurri quasi tutti brani composti da lui stesso e alcune rivistazioni personalissime di pezzi classici.
Questa volta mi sono precipitato con anticipo nella loggia laterale di fianco al palco e mi sono goduto il concerto fino alla fine, con una bella e chiara visuale di Francesco e del suo sax.
George Benson è l’ospite serale dell’Arena. Me lo aspettavo più freddo e autoritario. Invece, con mio positivo stupore, ho incontrato un uomo sorridente, con la voglia di suonare e di coinvolgere il pubblico.
Il concerto è diviso in due parti: la prima è un tributo a Nat ‘King’ Cole, suo ispiratore e guida, accompagnato dalla sua band e dai ‘Solisti di Perugia‘, un’orchestra di 28 elementi, prevalentemente archi.
La seconda parte è invece un tripudio di black groove, fatto di jazz e R&B, soul e funk, con la sua voce piena e dal timbro potente ma melodico, a ricordare gli echi degli anni ‘60.
L’attacco però è con Breezin’, ormai un classico della sua chitarra, che lo ha portato nel ‘76 ad essere acclamato dal pubblico ed apprezzato dalla critica. Via via poi seguiranno i brani di Cole, di cui uno cantato insieme al fratello dell’artista scomparso, per arrivare nella seconda parte a classici come Give me the night o Turn your love around.
A conti fatti è stato più un concerto melodico che non jazz; la chitarra di Benson ha avuto poco lavoro, ma la voce non si è risparmiata.
E via verso il concerto di mezzanotte al Morlacchi, ospite d’eccezione Ahamad Jamal, pianista altero dal jazz pulito e delle origini, con accenti ragtime e scorribande nella black music, grazie anche alle percussioni incisive e fuori dai canoni. E’ l’unico che finora ho visto abbia richiesto espressamente uno Steinway, in vece dei pianoforti Fazioli, standard qui a Umbria Jazz e celebrati da Hancock (I am the proud owner of a brand new Fazioli Piano. Your pianos can, with the sound of one note, announce the celebration of the freedom and the creativity of the human spirit).
Sono state ricorse senza fiato, giù da una collina a rotta di collo in mezzo ai prati, con quelle mani che correvano sulla tastiera come non ci fosse forza in grado di rallentarle in quell’incedere portentoso.
Peccato che per la maggior parte del tempo Jamal abbia suonato rivolto verso il suo bassista, dimostrando ben poco rispetto verso il pubblico.
Jazz facile, senza fiati, liscio e lineare, da ascoltare e apprezzare in piena mattina, prima di pranzo. O dopo cena, quando la festa sta per iniziare.
Musica: + 8
Soddisfazione foto: + 7
Stanchezza: + 5







