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Roy Haynes

Roy Haynes

L’ultimo giorno non poteva iniziare meglio: Roy Haynes, uno dei più interpretativi batteristi jazz in circolazione, insieme a John Patitucci al contrabbasso, altro mostro sacro dell’iconografia jazzistica contemporanea. Un concerto d’eccezione, vibrante e creativo, estremamente sentito, sia dagli artisti che dal pubblico: sorprendente l’intesa tra i tre, considerando che Patitucci è di una generazione precedente ai due colleghi di palco.

John Patitucci

John Patitucci

La giornata è densa di appuntamenti. Quello che mi delude maggiormente è John Scofield, al concerto di metà pomeriggio. Non tanto per i brani eseguiti in stile New Orleans con la sua band (la Piety Street Band, dal nome della strada in cui risiede lo studio di registrazione dell’ultima fatica compositiva), quanto per gli assoli che ho trovato spesso avvitati su se stessi, privi di quel ritmo fresco che rende piacevole ascoltare un brano jazz. De gustibus. I miei non li ha incontrati.

John Scofield

John Scofield

Avevano detto che insieme ai Juakali Drummers sarebbero intervenuti Giovanni Hidalgo, e Horacio Hernandz, i due più famosi percussionisti del mondo. Purtroppo salgono solo sul palco, ad ammirare questi 20 e più ragazzi provenienti dagli slum di Nairobi che, grazie ad Amref e a Giovanni Lo Cascio, hanno trovato una via per uscire dal ghetto e, lavorando insieme, ad emergere come personalità. Un gruppo di scalmanati che, invitati ad utilizzare materiali di recupero, hanno costruito strumenti a percussione e costumi per mettere in scena un musical (a teatro) ed uno spettacolo  (sul palco, in piazza).

Juakali Drummers

Juakali Drummers

Loro sul palco sono tanti, noi fotografi pure. Si sale e si scatta a turno. Nell’attesa pulisco gli obiettivi, i miei e quelli di Barbara. Grazie per i due deliziosi scatti, Bi!

La cena di chiusura scorre ancora in compagnia di Tuck & Patti, all’Hag Stage. Ho scattato fino all’ultimo con i ragazzi e ora sono in ritardo, Mi tocca abbandonare la cena a metà e correre sottopalco per catturare il Re del Blues: B. B. King! Mai avrei pensato di trovare un sornione e divertito B. B. King che, con gesti, pose, smorfie e la sua Lucille accarezzata da dita gonfie quanto delicate, si divertisse e facesse divertire così il pubblico.

B. B. King

B. B. King

Il blues si scioglie e si scatena, in questa ultima notte di Umbria Jazz. Mai come in questi giorni il calore delle note di Lucille e dei fiati che la accompagnano per mano si sono mescolati alla brezza fresca che accarezza Perugia in queste notti di metà estate. Già, sembra proprio quel sogno di shakespeariana memoria.

Ma come tutti i sogni ha bisogno di un risveglio. E il mio sono tre ore di macchina che mi aspettano dopo il concerto per arrivare a Parma. Il diario non si chiude qui, ora c’è il dopo. Umbria Jazz sì. Abbiamo fatto scorta di musica, sensazioni e vibrazioni.

Al prossimo anno

Musica: + 8

Soddisfazione foto: + 6

Stanchezza: + 8

Siamo ormai nel pieno dell’ultimo weekend: le strade si sono riempite di nuovo (ma si erano mai davvero svuotate quest’anno?), la serata promette una movida fino all’alba.

Le band di strada affollano corso Vannucci, con il loro jazz primitivo, giocolieri e comici intrattengono la fiumara di passanti che si espandono e si ritraggono dal palco dei Giardini Carducci a piazza IV Novembre. Anche questa è Umbria Jazz, fatta di lievi accenti, di sussulti emersi dai vicoli,  di meravigliosi luoghi di ristoro dove il patto con il cliente è basato sul rispetto: da Il mi’ cocco il menù è fisso, varia ogni giorno della settimana. Ma parla umbro, e lo parla molto bene. Tutti i primi rigorosamente fatti a mano, porzioni abbondanti e se chiedi un bis non te lo negano certo. I maccheroni sono onnipresenti, mentre un secondo primo varia a seconda del giorno. Il piatto di mezzo serve per accompagnare il commensale alla fine del pasto, dove lo attende il dolce e il “liquorino”, sempre compreso nei 13 euro del patto. A parte solo il vino (prodotto appositamente per loro), l’acqua e il caffè. In corso Garibaldi 12. Meglio, molto meglio prenotare, allo 075.5732511

McCoy Tyner, Bill Friesel

McCoy Tyner, Bill Friesel e Gary Bartz

Difficile affrontate McCoy Tyner, con il suo trio e Bill Frisell e Gary Bartz. Il pianista, originario di Philadelphia come Solomon Bourke, ha un sorriso franco e aperto. e conferma questo suo animo una volta seduto al piano, con fraseggi delicati, ma non privi di carattere. Era lui l’acquasanta quando suonava con quel diavolo di Coltrane.
Seppure riadattati, i brani offrono poco spazio e soprattutto non recepiscono incisività dall’intervento della chitarra elettrica di Frisell. Sembra più un accompagnamento, non mostra carattere. Diverso invece l’accento del sax di Gary Bartz, assomiglia tutto a Sonny Rollins con quegli occhiali scuri tondi e la barba bianca. Le note calde si sposano perfettamnte con il piano di Tyner, si prendono per mano e si tirano l’un l’altro volteggiando senza un apparente schema.
L’intesa è percepibile e palpabile. Li accompagnerà fino alla fine del concerto.

James Taylor

James Taylor

Che dire di James Taylor, l’appuntamento serale a Santa Giuliana? Innanzitutto che i manager italiani (i soliti D’Alessandro & Galli) fanno fotografare dal Mixer. Sempre e solo loro. Giuro che li prenderei per le orecchie e ce li metterei io al mixer una volta a fotografare.

La musica di Taylor è stra-conosciuta, essendo uno dei più affermati compositori del XX secolo in ambito pop, folk e easylistening; un cantautore dalle tinte tenui, malinconico e nostalgico. Per certi versi ricorda Bob Dylan, stesse radici ispirative (Woodie Guthrie), ma è decisamente meno coinvolto socialmente, più introspettivo.

Mi è sembrato decisamente impalpabile, un po’ come il ruolo di padre che non ha mai adempiuto, avendo preferito il tour e un divorzio all’ultimatum della ex moglie Carly Simon (1983). Decisamente un concerto che non lascia traccia in questa Umbria Jazz rinfrecata dal vento serale.

Danilo Rea dialoga con Giulietta Masina, sullo schermo

Danilo Rea dialoga con Giulietta Masina, sullo schermo

Meglio lasciare e dirigersi verso il concerto di Danilo Rea, con le incursioni vocali di Gino Paoli. Tento di fotografare il check sound, e mi va bene. In realtà Paoli canterà solo qualche canzone. Il cuore della performance è di Danilo Rea, indiscusso affermato pianista di jazz e della sua band. Hanno arrangiato in chiave jazzistica alcuni brani di colonne sonore, cui fa da sfondo proprio la proiezione degli stessi film citati. Intensi e privi di vincoli gli scatti sul palco. Più impostati, ma non meno significativi, quelli sottopalco durante la performance. I tagli visivi di Radici, come di Giulietta degli spiriti e di moltre altre pellicole riempiono le inquadrature, con Rea che sembra parli con la sua tastiera ai personaggi che scorrono sullo schermo.

Un grazie particolare va a Marco Tamburini (tromba) e Marcello Sirignano (violino), che hanno sopportato i miei incessanti scatti a distanza ravvicinata con il grandangolare :-)

Poetici, rime sciolte di note musicali che, nello scorrere dei titoli, accompagnano i ricordi, in un’atmosfera di malinconica nostalgia.
Una birra blanche, al birraio di Porta Sole e a nanna. Sono le due passate, rimane solo un giorno di Umbria Jazz, anche se la movida di Piazza IV Novembre contiuerà fino all’alba.

Musica: + 6/7

Soddisfazione foto: + 7

Stanchezza: + 6

Ero davvero impaziente di sentire Francesco Cafiso, questo giovane ventenne sassofonista celebrato come il miglior talento italiano del jazz e già parte dei 100 più influenti jazzisti del mondo.

Tanto è cresciuta la sua bravura che Marsalis lo ha invitato a suonare nella sua orchestra all’Eisenhower Theatre del Lincoln Centre di Washington per l’insediamento del nuovo presedente eletto Obama.

Francesco è della classe 1989. E a vent’anni si ritrova ad essere uno degli ambasciatori della musica jazz italiana nel mondo.

Francesco Cafiso

Francesco Cafiso

Oltre due ore di concerto, con una line up eccezionale: Dino Rubino al pianoforte, Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria. Ha prersentato in un susseguirsi di cavalcate e delicati sussurri quasi tutti brani composti da lui stesso e alcune rivistazioni personalissime di pezzi classici.

Questa volta mi sono precipitato con anticipo nella loggia laterale di fianco al palco e mi sono goduto il concerto fino alla fine, con una bella e chiara visuale di Francesco e del suo sax.

George Benson

George Benson

George Benson è l’ospite serale dell’Arena. Me lo aspettavo più freddo e autoritario. Invece, con mio positivo stupore, ho incontrato un uomo sorridente, con la voglia di suonare e di  coinvolgere il pubblico.
Il concerto è diviso in due parti: la prima è un tributo a Nat ‘King’ Cole, suo ispiratore e guida, accompagnato dalla sua band e dai ‘Solisti di Perugia‘, un’orchestra di 28 elementi, prevalentemente archi.
La seconda parte è invece un tripudio di black groove, fatto di jazz e R&B, soul e funk, con la sua voce piena e dal timbro potente ma melodico, a ricordare gli echi degli anni ’60.
L’attacco però è con Breezin’, ormai un classico della sua chitarra, che lo ha portato nel ’76 ad essere acclamato dal pubblico ed apprezzato dalla critica. Via via poi seguiranno i brani di Cole, di cui uno cantato insieme al fratello dell’artista scomparso, per arrivare nella seconda parte a classici come Give me the night o Turn your love around.
A conti fatti è stato più un concerto melodico che non jazz; la chitarra di Benson ha avuto poco lavoro, ma la voce non si è risparmiata.

Ahamad Jamal nella sua performance 'around midnight'

Ahamad Jamal nella sua performance 'around midnight'

E via verso il concerto di mezzanotte al Morlacchi, ospite d’eccezione Ahamad Jamal, pianista altero dal jazz pulito e delle origini, con accenti ragtime e scorribande nella black music, grazie anche alle percussioni incisive e fuori dai canoni. E’ l’unico che finora ho visto abbia richiesto espressamente uno Steinway, in vece dei pianoforti Fazioli, standard qui a Umbria Jazz e celebrati da Hancock (I am the proud owner of a brand new Fazioli Piano. Your pianos can, with the sound of one note, announce the celebration of the freedom and the creativity of the human spirit).

Sono state ricorse senza fiato, giù da una collina a rotta di collo in mezzo ai prati, con quelle mani che correvano sulla tastiera come non ci fosse forza in grado di rallentarle in quell’incedere portentoso.

Peccato che per la maggior parte del tempo Jamal abbia suonato rivolto verso il suo bassista, dimostrando ben poco rispetto verso il pubblico.

Jazz facile, senza fiati, liscio e lineare, da ascoltare e apprezzare in piena mattina, prima di pranzo. O dopo cena, quando la festa sta per iniziare.

Musica: + 8

Soddisfazione foto: + 7

Stanchezza: + 5

Una giornata delle migliori per le foto, avevo la mente più sgombra del solito; e iniziare a scattare a teatro agevola dato che non ci sono limiti di tempo. Una delle meno intense, musicalmente parlando. Vero è che mi sono concesso un po’ di relax più del solito, ma rimango comunque perplesso.

The AACM Great Music Ensemble

The AACM Great Music Ensemble

Non per il concerto degli AACM Great Black Music Ensemble, diretto da Mwata Boden con George Lewis. Quello è stato eccezionale. Black music sperimentale, direttamente da Chicago, con forti contaminazioni afro, richiami naturalistici e utilizzo di strumenti “inventati”, improvvisazioni e partiture mai rigide. E’ dai primi anni ’60 che quest’ensamble sperimenta.

Quattro voci, due maschili e due femminili. Tomeka Reid, la violoncellista che utilizza il suo strumento per metà del concerto come un contrabbasso, una sezione di 8 fiati, una batteria, pianoforte e ben due contrabbassi, a voler sottolineare ancor di più la sezione ritmica.

Tomeka Reid, the AACM great Music Ensemble

Tomeka Reid, the AACM great Music Ensemble

Mi sono perso a fotografare la violoncellista. Dopo un po’ di scatti, concentrato totalmente nel colore della sua pelle e della sua espressione raccolta e timida, se avessi alzato gli occhi e mi fossi trovato vicino ad una manyatta keniota non mi sarei meravigliato per nulla.

Il finale è un susseguirsi di cacofonia ricercata, con i fiati che prendono ognuno la sua strada, tenendo il medesimo ritmo ma raddoppiando o dividendo, seguendo percorsi che ogni tanto si incrociano e spesso si perdono tra gli arbusti della savana.

Finito il concerto, Leon Q. Allen, un gigante trombettista con il foulard da pirata e gli occhi buoni, mi regala uno scatto alla Cassius Clay.

Burt Bacharach

Burt Bacharach

Il concerto serale è tutt’altro che sensato. Non che la musica non fosse di qualità, ma che c’azzecca Bacharach a Umbria Jazz? E’ musica del focolare degli anni ’60, easy listening, evergreen, chiamatela come vi pare, ma per quanto ricca di ricordi nostalgici poco ha a che fare con il jazz, il funky o il soul che finora ho sentito. Bacharach ha 81 anni ed è senza un filo di voce. Certo non è Frank Sinatra, è prima di tutto un compositore che un cantante.

Rigido e inflessibile con la sua band, la comanda decisamente con pugno di ferro, non ci sono spazi per improvvisazioni: tutto deve andare secondo il copione scritto e diretto da Bacharach. Una divertente nota stonata accade quando i due cantanti, John Pagano e Donna Taylor inscenano una canzone d’amore, con intensi sguardi l’uno negli occhi dell’altro. Peccato che fossero seduti sugli sgabelli e al loro fianco c’era la terza cantante, Josie James che, cercando di dissimulare, sembrava proprio che reggesse la candela :-)

Karima Ammar

Karima Ammar

Prima di Bacharach, l’italo algerina Karima Ammar, con una splendida quanto intensa voce soulista, dalla timbrica intensa e profonda, un’ottima tenuta sulle note alte e un sorriso fresco e giovane. Due consigli: metta i pantaloni e passi dal parrucchiere per la frangetta. Le gambe da culturista non si addicono ad una cantante e quei capelli disordinati sono un disastro da fotografare ;-) Le luci del palco, però, erano eccezionali e il colore della sua pelle, pennellata di ebano, splendeva come una perla nera nel mare adamantino.

Musica: + 6

Soddisfazione foto: + 8

Stanchezza: + 2

L’oratorio di Santa Cecilia è vicino al teatro Morlacchi e ospita alcuni dei concerti del mattino (h. 12.00). 120 posti a sedere. Oggi ospita la performance di Joe Locke (vibrafono), Dado Moroni (pianoforte) e Rosario Giuliani (Sassofono).
Tutto esaurito. Gente in piedi. Mi stupisco sempre più del successo di pubblico di quest’anno, a dispetto della crisi.

Joe Locke e il suo vibrafono

Joe Locke e il suo vibrafono

Il jazz del trio è ricercato ma non complesso; molto delicato, con alcune accelerazioni, soprattutto da parte di Locke e di Giuliani, da rincorrere con il corpo e con la mente. I brani sono per la maggior parte composti dagli stessi musicisti. Vibrafono, piano e sax creano un mix vertiginosamente lirico di note, che arrivano al cuore.

Il trio è la prima volta che suona insieme, ma tutti e tre hanno alle loro spalle una collaborazione più che decennale. Locke a più riprese ringrazia ed elogia Rosario e Dado Moroni, a cui rammenta che NYC ne sente la mancanza.

Jazz di qualità, da sentire ancora e ancora. Non stanca. anzi, invita a più di una rilettura, per andare a scorgere le armoniche delle emozioni, nascoste dietro la primaria del primo ascolto.

Il dopocena riserva una sorpresa oggi: Maceo Parker, indiscusso re del funk, con la sua band e a seguire il soul del (ex) reverendo Solomon Burke, accompagnato dalla Souls Alive Orchestra.

Tre ore di concerto da strapparsi i capelli!

Maceo Parker

Maceo Parker

Prima Parker, lo sbruffone che dileggia il jazz puro, raffinato, per pochi. Quello che fa lui muove le folle, agita gli animi, scatena i corpi in danze elettriche, fino allo spasmo. Grande la sua interpretazione al sax, mentre la voce ha perso un po’ di intensità timbrica nel tempo. Ma la tromba di Ron Tooley e le tastiere di Will Boulware compensano in parte la mancanza. Se fosse meno spaccone e protagonista si noterebbe ancor meno. Ma i gesti eloquenti di direzione della band, come un capitano di vascello nel bel mezzo di una tempesta perfetta, non lasciano spazio ad altre personalità: il re indiscusso del funk questa sera è lui, e guai a non ricordarglielo.

Mezz’ora di break, per preparare nuovamente il palco. Da sottopalco possiamo sbirciare i preparativi e si intravvede un trono in legno dorato e velluto rosso misura extra, extra, extralarge, e otto caviglie che zampettano.
Mica stupido il reverendo: i cori e gli archi sono affidati a quattro avvenenti fanciulle, dagli stacchi vertiginosi.

Solomon Burke

Solomon Burke

Ma la vera presenza scenica è tutta del maestro del soul quando intona don’t give me up on me, uno dei brani più famosi e toccanti che la sua voce riesce ad accarezzare. Non ci sono compromessi, questo è soul che arriva direttamente all’anima, il pubblico si riversa tutto verso le transenne: sono stufi di attendere, vogliono ballare e vogliono farlo con Solomon Burke.
Il pubblico intona a piena energia Everybody Needs Somebody To Love, la sua canzone resa ancor più celebre dai Blues Brothers. E’ un momento di delirio.

Questa sera si va a letto un po’ più tardi del solito, un’occhiaia che si aggiunge e un po’ di vibrazioni in più nell’anima.

La musica interessante si concentra nelle ore serali: vicino al tramonto sono a santa Giuliana, aspettando Tuck & Patti. Photo call alle 7, out of stage. Quartodora accademico di ritardo, Patti è un po’ incazzata e, con me dispiaciuta. Troppo caldo. Troppo casino.

Tuck & patti, lontano dal palco

Tuck & patti, lontano dal palco

Comprendo la solfa. Taglio corto: una sedia, Tuck in piedi e Pat dietro di lui. Sono sempre disponibili, ma hanno il concerto a breve, non voglio dilungarmi oltre il dovuto. Partono gli scatti in primo piano, ripresi sotto le domande che gli pongo: se non foste stati artisti, cosa avreste voluto fare nella vita? “il medico”, mi risponde Patti. “il musicista”, afferma tuck. Non si vede in altro ruolo se non quello che si è cucito addosso.

Come fanno due persone che lavorano insieme a vivere dentro e fuori dfl palco una relazione che li tiene uniti da 31 anni?, gli chiedo. “Guarda i nostri colleghi”, mi risponde Patti. “Sono in giro per il mondo per la maggior parte del tempo. E non possono stare insieme alla loro famiglia, non possono vedere crescere i loro figli. Noi abbiamo questa fortuna. Vivere insieme fuori e dentro le scene dello spettacolo. Non è facile (e prende Tuck per il collo con l’intento di strozzarlo), ma alla fine i conti tornano”.

Chapeau

Patti in vocalist solo

Patti in vocalist solo

Li lascio andare dopo breve, mi concentro sul concerto. Qualche scatto centrale, qualcuno laterale. Poi scorgo l’ombra di Tuck dietro Patti. Maledizione, hanno tutti e due i capelli ricci e lunghi, se non trovo un elemento distintivo sembra ‘ombra di Patti. Alla fine spunta una mano su un accordo ed ecco fatta la magia. Nero su nero. Lascio la fot a colori, in biancoenero perderebbe il suo significato.

Mi stupisce sempre più l’affluenza di pubblico. Quelli che vedo attorno al ristorante “on grass” saranno poi gli ascoltatori del concerto di Marsalis. Ed è gremito, non lo avrei mai detto!

Peccato che Wynton si sia messo in terza fila e che Cafisio, che avrebbe dovuto duettare con la sua tromba, non si sa quando sarà sul palco. Riservo gli scatti al quartet di Cafiso al Morlacchi (a mezzogiorno!!!) e mi dedico a pochi scatti ricercati.

The Lincoln Center Orchestra

The Lincoln Center Orchestra

Difficile riuscire a trasmettere altrimenti emozioni di una band seduta, in completo grigio e cravatta gialla, che suon jazz puro, delle origini, dixieland, composto, un esercizio orchestrale da saggio di fine anno, seppur della Lincoln Center Orchestra.
Marsalis sarebbe anche potuto scendere tra i mortali, in prima fila. Invece no. Si è relegato in terza, per dare spazio ai suoi. E pace all’anima dei fotografi, che possono scattare solo i primi tre pezzi. Marsalis scenderà solo ai bis. Tardi per scattare. Ma i pezzi sono piacevolissimi, basi del jazz, ottimo allenamento per orecchie non ancora predisposte. Dentro quella musica ci sono tutti i bordelli d’america degli anni ’50.

Musica: + 7

Soddisfazione foto: + 6

Stanchezza: + 3

Decisamente ha poco senso fare tutta la settimana ad Umbria Jazz: l’anno scorso ero arrivato giovedì sera e mi ero pentito di non aver fotografato artisti del calibro di  Sonny Rollins o Herbie Hancock.

Leggendo attentamente il programma, però, ci si accorge che la maggior parte dei concerti si ripetono: gli artisti sui palchi gratuiti sono sempre gli stessi che, a rotazione coprono orari e palchi diversi. Renato Sellani suona tre volte al giorno, Alan Harris, Chip Wilson e K.J. Denhert due. Artisti che, peraltro, erano presenti già lo scorso anno.

Perché non pensare invece ad una formula nuova, che non condensi in 10 giorni il festival, ma lo spalmi su weekend lunghi? Gioverebbe al turismo, con tanti visitatori in più durante i fine settimana. Gioverebbe agli appassionati, che potrebbero condensare in un numero minore di giorni la visita. Gioverebbe all’economia, perché ci sarebbe un maggiore turnover e quindi maggiore spesa da parte dei presenti.

Stefano Bollani

Stefano Bollani

Dopo la filippica, veniamo alla musica. Il concerto serale prevedeva Chick Corea e Stefano Bollani. Due generazioni di pianisti a confronto, come in un duello. Con Chick che conduceva composto le danze, seguendo con i labiali il ritmo, e Stefano che si agitava come un gatto, espressivo fino a contorcersi su se stesso. Seduti uno di fronte all’altro, non avevano bisogno di parole per parlarsi si guardavano e si interrogavano e rispondevano con gli 88 tasti del pianoforte.

Era come immergersi nel confronto descritto da Baricco in Novecento.

Chick Corea in duetto con Stefano Bollani

Chick Corea in duetto con Stefano Bollani

Immensi, nei loro virtuosismi fatti di note alte accarezzate in fondo alla tastiera e rincorse di scale a ritmi frenetici, con le dita delle mani che si anticipavano sulla tastiera l’un l’altra.

A ben vedere le mani di Bollani, non diresti mai che sono da pianista: decisamente lontane dall’immagine delle dita affusolate. E la postura sul piano deve essere stata oggetto di non pochi rimproveri da parte dei suoi insegnati, con quelle gambe che si agitano come se fosse un ballerino, non un pianista. Non riesace a stare fermo, seduto. E’ il contraltare di Chick Corea che, impassibile, sembra lo stia valutando.E alla fine il giudizio di Chick su Bollani sarà “Genius“.

L’Arena era gremita in ogni ordine di posto, non lo avrei mai detto. E i fotografi erano in numero superiore a quelli per i Simply Red. Questi sono i preconcetti sulla musica jazz.

Dopo il bagno di folla, il concerto di mezzanotte a teatro è un must: suona Richard Galliano. Imperdibile. Non foss’altro perché Galliano è riuscito ad elevare la fisarmonica a strumento di improvvisazione jazzistica.

Richard Galliano Quartet

Richard Galliano Quartet

La line up è di elevato spessore: Gonzalo Rubalcaba al piano, cubano con la musica latinoamericana nel sangue; Richard Bona, originario del Gabon, al basso elettrico e il newyorkese Clarence Penn alla batteria. Eccezion fatta per Bona, che seppur ottimo bassista, non mi è parso spiccasse, sia Rubacalba con le sue rincorse a due mani sulla tastiera che, soprattutto, Richard Penn, batterista eclettico in grado di accarezzare batteria e percussioni con una delicatezza degna di un bibliotecario che ha in cura il Codice Atlantico, inframmezzando accelerazioni grintose degne di una Ducati.

Il suono è stato vario ma omogeneo, abbracciando le note stridenti e graffianti dei porti di Buenos Ayres e New York a delicati assoli intrisi di amore latino, per arrivare a costruzioni ardite sugli alti tra piano e fisarmonica. Il bis parte con suoni che ricordano in “caldo” le cattedrali gotiche dove riecheggiano sonorità di Bach, ma si riprende in fretta e corre verso un suono più pieno e sfidante, ma mai superficiale.

Musica: + 7 1/2

Soddisfazione foto: 6 1/2

Stanchezza: 4

Le giornate seguono i ritmi dei concerti. Sveglia alle 11, colazione-pranzo, un po’ di lavoro di backend e via nel pomeriggio per gli stage.

Guinga Mirabassi e Lula al Morlacchi

GUinga, Mirabassi e Galvao in "Dialetto Carioca"

Ieri al Morlacchi, Guinga (chitarra classica), insieme a Gabriele Mirabassi (clarinetto) e Lula Galvao (chitarra classica) hanno dato vita ad uno splendido concerto di musica carioca. Scivolava dolcemente sulle corde delle chitarre, mentre il clarinetto si era preso la briga di sottolinearne il carattere volitivo, senza farlo scadere nella saudade.

Teatro gremito, non me lo sarei aspettato, viso che l’anno scorso agli spettacoli pomeridiani avevo assistito più di una volta alla platea deserta.

Mirabassi (qui la sua bio) è meraviglioso da fotografare, con i suoi movimenti che lo portano ad accartocciarsi sul clarinetto, a stringersi attorno al suo strumento. Ci si aggrappava come un naufrago ad uno scoglio, sapendo che la musica che esce da li è la sua salvezza.

Guido Pistocchi Dixieland Band

Guido Pistocchi Dixieland Band

Una capatina al palco dei giardini Carducci per assistere alla performance di Guido Pistocchi e la sua sua Dixieland Band. Anonimamente presuntuoso, senza note incisive che dessero carattere ai pezzi. Una esecuzione scolastica, che non portava con se nessuna emozione.

A cena allo spazio Hag, dove Tuck e Patti accompagnano i convitati. Il sorriso di Patti è sempre delizioso. Mi avvicino e le chiedo un photoshoot perk uno dei giorni a venire, fuori dallo stage. Nessun problema, risponde lei. Si ricorda di me dall’ultima performance al Blue Note.
Che meraviglia poter cenare con la loro musica, mi sono emozionato più di una volta, guardando questi due maturi musicisti che dal 1978 non si mollano un attimo e a 31 anni di distanza hanno ancora sguardi di intesa e di complicità.

_IMA5116E poi… il concerto dei Simply Red! Ci provo e salgo sul palco, insieme ad alcuni fotografi accreditati. Ma lo spazio che hanno riservato non mi permette di fare foto incisive: 1 metro per 2 laterale. non si può uscire di li. Meglio, molto meglio da sotto, visto che posso muovermi, che ho lo spazio d’insieme di tutta la band frontale e che posso utilizzare le scenografie di sfondo per riempire gli spazi.

Erano tanti anni che non li sentivo, ma Mick Hucknall è stato trascinante, con il suo italiano imperfetto (ha una tenuta di vini in Sicilia) e una energia da fare invidia alla centrale elettrica del palco. D’altronde la line up dei Simply Red è cambiata così tante volte nei loro 25 ani di esistenza che senza le capacità di Mick, la band non sarebbe resistita così tanto a lungo sulla breccia.

Il concerto inizia con It’s only love, per proseguire con A new flame e Your mirror. Night nurse è una ballad reggae splendida. La voce di Mick non fa una piega, è incisiva e poetica. Da metà concerto, tutti in piedi davanti al palco a ballare e cantare (l’Arena prevede solo posti seduti).
La timbrica della voce in So not over you fa rabbrividire, mentre Babies raggiunge livelli di dolcezza inaspettati, grazie alla chitarra di Kenji Suzuki.
Tocca poi a Holding back the years, la canzone che ha portato al successo i Simply Red 25 anni prima, supportata dalla tromba di Kevin Robinson, l’eclettico multistrumentisa del gruppo.

Fake è la canzone che chiude il concerto, preceduta da The air that I breathe, The right thing – trascinante – e Come to my aid. Il pubblico li acclama a gran voce, le mani si spellano in applausi e i Simply Red sono costretti ad uscire ben due volte, con quattro ulteriori pezzi, di cui gli ultimi due probabilmente non programmati. Le luci si spengono su If you don’t know me by now, con la gente che lo ha accompagnato in un lungo, infinito intenso coro.

E’ il loro ultimo tour. Hucknall ha annunciato che alla fine del tour biennale i Simply Red si scioglieranno per sempre. La musica perde un elemento importante.

Vaneese Thomas & The Soul Spinner, featuring Angela Clemmons and Berneta Miles

Vaneese Thomas & The Soul Spinner, featuring Angela Clemmons and Berneta Miles

Sulla via del ritorno uno stop & go al palco di piazza IV Novembre, per sentire Vaneese Thomas & The Soul Spinner, featuring Angela Clemmons e Berneta Miles. Musica nera, le note che escono dalle profondità della gola. Ma non ho orecchie ne occhi per godermi il concerto, sono ancora frastornato dal concerto all’Arena. Chapeau però al tastierista, Sergio Cocchi che, seppure con una sola mano abile, accompagna alla grande Vaneese.
Qualche scatto sul palco e a nanna, non prima di aver risentito il concerto nella stick memory: una genialata. La prenoti prima dello spettacolo. Al termine ritiri una chiavetta USB con la registrazione del concerto della sera (ne parlo meglio su Intranos, qui di lavoro non parlo :-)

Musica: + 8

Soddisfazione foto: + 8

Stanchezza: + 7

Dino (dammi un crodino!?!) mi aspetta sotto il ponte della tangenziale per accompagnarmi all’appartamento. Senza il mio virgilio, non ci sarei mai arrivato. Davanti all’ingresso, penso sia il p0rtone. E invece è la porta di casa: praticamente dormo in strada :-) )

Posate le borse e scaricato il microonde (santa mamma Barilla e i suoi surgelati meravigliosi: a pranzo per due hot dog e una birra, 13 euro!!!), carico in spalla l’attrezzatura e mi catapulto in Corso Vannucci. Il primo impatto è di perplessità: alle 5 c’è poca gente in giro, mi aspettavo più movimento. Dovrò ricredermi di li a qualche ora.

Flavio Boltro, Enrico Pieranunzi Quintet

Flavio Boltro, Enrico Pieranunzi Quintet

Quest’anno l’unico teatro che accoglie la manifestazione è il Morlacchi, con i suoi stucchi ottocenteschi che ne disegnano i profili di ogni particolare. E alle 5 suona Flavio Boltro, nel quintetto di Enrico Pieranunzi, accompagnato da Rosario Giuliano al sax alto.

Brividi per una buona mezz’ora, le note alte della tromba penetrano a fondo, il ritmo è serrato e intenso, piano, basso e batteria sono gli angoli di una conice he riacchiude duetti tra il sax e la tromba.

Come sempre, al Morlacchi, le luci fanno abbastanza schifo: bianco intenso, ottimo per un biancoenero. Meno per il colore: mettici che i jazzisti moderni prediligono la camicia bianca, mettici le luci uguali ma Ernesto avrebbe potuto essere sul palco con Pat Martino (Umbria Jazz 2008), tanto è simile la temperatura colore.

King Pleasure, assolo

King Pleasure, assolo

Risalito verso i giardini Carducci, salgo sul palco per fare qualche scatto ad una insolita band di Birmingham: King Pleasure & the Biscuit Boys. 5 britannici ormai non pù giovanissimi che accompagneranno il pubblico per tutta la settmana dai palchi gratuiti. Sono da vedere ed ascoltare: per il loro modo molto sixties di interpretare la loro musica e per le espressioni del leader e del bassista: imperdibili!

Prima di cena una breve capatina all’Arena. Tira vento, la temperatura si è abbassata. Tuck & Patti li fotografo un’altra sera, tanto sono qui tutti i giorni. Volo a casa a prendere la felpa e mi preparo per Donald Fagen sul main stage di Santa Giuliana.

Donald Fagen, Steely Dan

Donald Fagen, Steely Dan

Mi metto sotto palco e mi comunicano che i fotografi scattano dal mixer: 80 metri dal palco! Va bene che gli Steely Dan sono rinomati, oltre che per la loro perfetta esecuzione dei brani, per rifuggire le platee (Fagen all’inizio della carriera non voleva cantare perché aveva paura del pubblico, ma poi gli è toccato: non erano stati in grado di trovare un cantante che riuscisse ad interpretare le sue canzoni meglio di lui), ma mi spiegate senza monopiede (ok sono stato pirla io a non portarlo) e senza un 500 mm da 7mila euro come faccio a fare una foto decente? E non solo, Fagen al primo pezzo nemmeno si presenta. Quindi in realtà i pezzi buoni sono due. Schiumo di rabbia.

Però poi le sonorità calde, i riff di Walter Becker e Jon Herington, la magina delle tastiere di Fagen, creano una sorta di magica atmosfera: il suono è variegato, ma sempre molto preciso nella distinzione degli strumenti e il ritmo di quel mash up di rock-jazz-r&b-soul ti avvolge l’anima. Certo, gli Steely Dan rappresentano un pezzo della storia della musica degli ultimi 40 anni, ma l’età si fa sentire. Becker nei suoi riff ha bisogno di scadarsi per trovare la precisione di una volta, mentre la voce di Fagen ha bisogno di parecchio supporto sia delle coriste, sia soprattutto dei fiati in background, per arrivare fino alla fine. Ma la passione, l’intensità e l’amore che questi artisti esprimono nella loro musica non ha contraltari nel mondo patinato del pop.

Funk Off on Stage

Funk Off on Stage

Sulla via del ritorno, passando per Piazza IV Novembre, salgo sul main stage per fotografare i Funk Off, 14 giovani pazzi che ad un forsennato e incalzante ritmo funky trascinano il pubblico che gremisce interamente la piazza fin oltre mezzanotte. E’ elettricità pura, senza un attimo di sosta, quella che esce dagli trumenti a fiato e a percussione della band. Ottima colonna sonora per un viaggio verso il mare con gli amici!

Musica ascoltata: 7/10

Soddisfazione scatti: 5/10

Stanchezza: 8/10

-1 (menouno)

In realtà iniziava questa sera con un magnifico concerto di Paolo Conte, ma non ce l’ho proprio fatta.

Calexico, Villa Arconati

Calexico, Villa Arconati

Giornata di corse e pensieri che si rincorrono, cose da fare e email da inviare, tutto per una semplice settimana di vacanza. Avrei voluto consolarmi con i Calexico, questa sera a Villa Arconati. Ma quando hai altro per la testa, non ce n’è, le foto non vengono, non ti arrivano le immagini in testa, ti ritrovi a vedere scene banali, senza riuscire a guardare oltre i volti e gli spot colorati.

Stavo anche pensando di demandare il lavoro a qualcun altro, queste foto servivano alla rivista, ma alle 8 di sera di venerdì chi trovi disponibile a sostituirti? Così ho trangugiato una pizza carica di ogni genere commestibile in 13 minuti, ho preso lo scooter con decisamente poca convinzione e sono andato.

Bei ricordi quelli di questo palco. Dove tutto è iniziato, qualche anno fa. Sembra proprio un palco-scuola: basso abbastanza per imparare, sotto abbastanza per inquadrare e grande abbastanza per perdersi con gli occhi e i pensieri.

La musica non era davvero male, bella ritmata, molto yankee. Non ci hanno nemmeno cacciato come di solito fanno tutti gli organizzatori di concerti, dopo il terzo pezzo, Saremmo potuti rimanere ma, alla spicciolata, abbiamo lasciato il posto a quelli che il biglietto lo hanno pagato.

Le foto invece, un dramma. Naaa, nn sono soddisfatto. L’unica in cui ho messo la testa è una natura morta di una tromba.

Oggi non giravano nemmeno le luci. E’ così quando è forzato.

Calexico, Villa Arconati 2009

Calexico, Villa Arconati 2009

Scivola via così la sera prima di Umbria Jazz, ultimo post della categoria Prima. Da domani si fa sul serio.

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